Intervista su Open Access e dintorni

Questa intervista è stata pubblicata originariamente su UpOA News, n. 3 maggio-giugno 2016.


Vi proponiamo qui l’intervista ad Alessandro Sarretta, ricercatore presso l’ISMAR CNR (Istituto di Scienze Marine CNR) di Venezia. Abbiamo recentemente incontrato Alessandro Sarretta ad una giornata organizzata dal CNR di Milano e dalla Fondazione Cariplo, dove ha illustrato l’OA e i suoi benefici per la comunità scientifica.
Gruppo OA (GOA) Può fare una breve introduzione su come è venuto a conoscenza  dell’Open Access e quali sono stati i motivi per cui ha deciso di adottarlo?

Alessandro Sarretta (AS) A dire la verità, il termine stesso “Open Access”, nonché i concetti e le motivazioni alla base del movimento, non sono stati assolutamente presenti
durante tutta la mia carriera universitaria e per buona parte di quella di ricerca. Durante i miei studi universitari di laurea (conclusi nel 2002) questi temi non sono mai stati affrontati, ma questo era anche comprensibile, visto che la prima dichiarazione formale sul tema può essere riferita alla Budapest Open Access Initiative, anch’essa del 2002. Purtroppo, anche nel seguente percorso da assegnista di ricerca presso il CNR – Istituto di Scienze Marine, fino al 2009, e in seguito presso il Joint Research Centre della Commissione Europea, non ho avuto l’opportunità di affrontare i temi e le controversie relative all’accesso (spesso non) aperto ai risultati della ricerca. Solamente nel 2013, nuovamente al CNR come ricercatore, mi sono personalmente interessato al tema tramite letture e approfondimenti in internet; in particolare un corso online su “Open Science an introduction” organizzato sulla piattaforma P2PU mi ha fornito le prime basi,
mentre l’evento “Scientific data sharing, an interdisciplinary workshop“, organizzato ad Anagni nel settembre 2013, mi ha permesso un primo confronto reale con persone appassionate e competenti e reso consapevole delle sfide e delle opportunità che esso ci presenta.
In realtà, molte delle motivazioni che mi hanno portato ad approfondire e poi abbracciare pienamente i temi dell’Open Access vengono da un’esperienza di più lunga durata (dal 2003-2004) sui temi connessi dell’Open Source Software, incontrato inizialmente tramite l’utilizzo di software open source per l’analisi di dati geografici (QGIS e GRASS in primis) e poi abbracciato totalmente, in un percorso in realtà lento e graduale, con la piena adozione di sistemi aperti (a partire da Linux) sia in ambito lavorativo che personale.
Le motivazioni che stanno alla base della mia sempre più piena adesione a pratiche di apertura della conoscenza, si basano sulla convinzione che la modalità migliore per far
avanzare la scienza, la ricerca e ottimizzare competenze e investimenti è proprio quella della condivisione del sapere e dei suoi risultati. Questo parte innanzitutto dalla considerazione che gran parte della ricerca è finanziata da fondi pubblici e che quindi anche le conoscenze acquisite e i risultati conseguiti dovrebbero essere altrettanto pubblici. Inoltre, sono convinto che adottare pratiche di condivisione dà anche la possibilità di far conoscere in modo più ampio e pieno le proprie attività e quindi instaurare rapporti di collaborazione virtuosi che possono portare anche vantaggi dal punto di vista
della carriera scientifica, come dimostrano anche recentissimi studi.
GOA Quando pubblica, quale percorso segue? Ricerca una rivista OA in DOAJ? Deposita il suo lavoro in un deposito tematico, in un deposito istituzionale? Cerca un editore commerciale che le permetta di pubblicare OA pagando una quota?
AS Il percorso che sto cercando di applicare in fase di pubblicazione parte dalla ricerca di possibili alternative Open Access alle riviste più prestigiose nel dominio di ricerca. DOAJ
è sicuramente   una delle risorse principali in questa prima fase, ma altrettanto importante, e a volte anche più efficace, è analizzare nella revisione della letteratura, se e dove altri arti-
coli di riferimento hanno pubblicato in open access. Poi certamente vanno fatti degli approfondimenti specifici nei potenziali Journal per analizzare gli articoli già pubblicati e le varie policy di pubblicazione, che includono ovviamente le tipologie di Open Access (green e gold), la gestione dei diritti, le licenze applicate. Questo è ovviamente ancora più importante se la rivista è di tipo Hybrid (cioè è normalmente “chiusa”, ma permette la pubblicazione di singoli articoli in open access tramite pagamento di un prezzo ulteriore); personalmente cerco di evitare quest’ultima soluzione perché non risolve i problemi legati alle subscriptions che università ed enti di ricerca pagano per accedere ai Journals, rischiando di aggravare ulteriormente i costi tramite il cosiddetto “double dipping” .

GOA Se deposita in un archivio, predilige quelli istituzionali o quelli tematici e per quale motivo?

AS Riguardo alla deposizione in archivi, purtroppo il CNR non ha un archivio istituzionale deputato alla pubblicazione delle versioni pre o post print degli articoli. Per questo motivo, in modo non ancora strutturato e pienamente consapevole, sto utilizzando (e promuovendo tra i colleghi) alcuni repository generalisti (in particolare figshare e—sempre più—Zenodo) per archiviare versioni accessibili di alcuni miei articoli, poster, presentazioni e dataset.

GOA Nella comunità scientifica in cui lei opera (le scienze marine) l’OA è praticato oppure è ancora un modo di pubblicare minore?

AS Non ho numeri precisi o analisi dettagliate, però l’esperienza personale è che l’OA sia praticato più in maniera “accidentale” che convinta, nel senso che non c’è una
forte spinta ad adottare pratiche di pubblicazione aperta, quanto piuttosto una serie di stimoli non strutturati che stanno facendo pian piano breccia nella comunità. Uno dei
maggiori è chiaramente una scelta convinta della Commissione Europea e di altri finanziatori, che richiedono in modo sempre più vincolante l’adozione di pratiche di accesso aperto per i risultati di ricerche finanziate dall’Europa, sia per le pubblicazioni sia per i dati stessi, con l’esempio guida del progetto H2020. Un altro elemento che recentemente sta attraendo l’interesse della comunità marina è la possibilità fornita dai cosiddetti Data Journal di pubblicare i dati della ricerca come veri e propri Data Paper. Stanno infatti nascendo sempre più Journal (con processi standard di peer review, di elementi di identificazione standard quali il DOI e presenza di metriche quali l’Impact Factor) che si focalizzano sulla pubblicazione di dati di ricerca, dando quindi la
possibilità di valorizzare competenze, personale, prodotti che nelle pubblicazioni “classiche” hanno più difficoltà nel farsi spazio. Il vantaggio è che in questo modo anche i dati e le relative pubblicazioni potranno essere condivisi aumentando le possibilità di ri-analisi e anche di validazione/riproducibilità, ma nel contempo aumentando anche la
possibilità di essere citati.
Un altro ambito di pubblicazione innovativo di personale interesse è quello dei Software Journals (e relativi articoli) che estendono appunto ai software prodotti in ambito di ricerca
i vantaggi e le opportunità che si stanno proponendo per i dati.

GOA Cosa consiglierebbe a un dottorando-ricercatore che si affacci al mondo accademico e si trovi di fronte all’esigenza di pubblicare in riviste con un importante IF, per favorire la propria carriera?

AS Personalmente sono convinto della necessità di muoversi sempre di più verso un mondo della ricerca più collaborativo e meno competitivo, a vantaggio della scienza, della società e dei ricercatori stessi. Questo purtroppo si sa che trova un forte ostacolo nelle procedure di valutazione della ricerca che sono ancora molto ancorate a logiche di “nome” delle riviste in cui si pubblica, invece che di impatto della ricerca o di sua accessibilità e di competizione estrema invece che di condivisione. Questo può limitare molto la propensione all’apertura e condivisione del proprio lavoro nei giovani ricercatori, in particolar modo laddove tutor e ricercatori senior invece di stimolare ed incentivare un nuovo approccio alla pubblicazione aperta lo minimizzano o addirittura lo ostacolano. Pur sottolineando che l’IF della rivista è un indice per vari aspetti controverso e dibattuto e che non rispecchia necessariamente la qualità o impatto degli articoli, c’è da considerare comunque che esistono molte riviste open access con IF alto e che quindi pubblicare in open access non esclude la ricerca di Journal “di prestigio”; va aggiunto a ciò che la via “green” all’open access permette
comunque di condividere—pur con ritardi dovuti a embargo applicati e limitazioni al riuso dovute a licenze restrittive—le proprie ricerche in modo aperto pur continuando a pubblicare nelle riviste “preferite”. Il confronto con chi nel mondo lavora da anni su questi temi e ne racconta direttamente i vantaggi dovrebbe persuadere a condividere il più possibile strumenti, risultati, idee in modo da valorizzare e rendere riconoscibile al massimo il proprio lavoro, promuoverlo attraverso una molteplicità di canali anche meno formali rispetto a congressi e pubblicazioni (quali ad esempio articoli su blog personali o di dominio, forum di discussione, quali Twitter, Reddit) e attraverso licenze aperte che ne permettano un pieno riuso, garantendo comunque una corretta attribuzione e citabilità.
Vari studi (McKiernan et al., How open science helps researchers suc-
ceed, eLife 2016 http://dx.doi.org/10.7554/eLife.16800; Eysenbach G (2006) Citation Advantage of Open Access Articles, PLoS Biol 4(5): e157. doi:10.1371/journal.pbio.0040157; http://opcit.eprints.org/oacitation-biblio.html) dimostrano che c’è un vantaggio reale, anche personale, nell’abbracciare l’Open Access nelle sue varie componenti; va testato e dimostrato sempre di più con la pratica quotidiana di ricerca e pubblicazione.

**Questa intervista viene pubblicata con Licenza CC-BY per espres-
sa richiesta dell’autore

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